Il resto al mondo, il fumo e la cenere.

Ci ho messo anni a guarire ed è bastato un attimo per sentire che si può stare nello stesso posto senza sentirsi scomodi. Quella sera ho aspettato una chiamata per tutto il tempo, l’ho invocata con i miei pensieri più profondi. Forse doveva andare così, quella chiamata non arrivò mai. Capì che forse doveva essere un segnale: quando senti di non provare più alcun dolore a un certo punto ti ritrovi solo. E solo devi imparare a comprendere che non si vive da Cenerentola aspettando che qualcuno ti riporti a casa dopo la mezzanotte. A volte a casa ci devi tornare da solo con le ossa un po’ rotte e in uno stato psicofisico leggermente alterato dall’alcool. Non c’è nessuno perché chi avrebbe potuto, o forse dovuto, non ha voluto esserci. E questo ce lo dobbiamo segnare con l’inchiostro sottopelle. Questo ce lo dobbiamo ricordare più di ogni altra emozione che abbiamo sentito quando invece quella volta qualcuno è venuto a salvarci davvero. Ma dal nulla. Come a dire: “ti salvo, ti riporto a casa perché ho bisogno di stare con te/perchè ho voglia di stare con te qui e ora”. E ti salvano dal nulla cosmico. Ti riportano a casa. Ti accendono quella miccia che fa scintille e dà brio. Ecco, tutte quelle emozioni lasciano il tempo che trovano. Durano quel poco che basta per ricordarti che stai vivendo e stai sentendo la vita scorrere nelle vene. Sono emozioni che ti danno la carica giusta, senza le quali probabilmente si sopravvive e basta. Ma non durano in eterno. Spesso crollano nel momento in cui realizzi che un’emozione è unica e irripetibile. Non è riproducibile allo stesso modo. Come gli incontri. E quando svanisce ti ritrovi “a dare il resto al mondo” per quella volta in cui hai preso una tramvata e l’attimo prima hai deciso consapevolmente di non scansarla. Sei stato lì, al centro del binario, pronto a farti prendere da un’altra emozione fortissima. Ed anche questa ti fa sentire vivo e ti spinge in avanti. Ti fa capire che le parole non contano e quindi meglio il silenzio. Tanto i fatti parlano chiaro. E io i fatti me li ricordo tutti. E capisci che le tue parole sono state ascoltate dal vento e nessuno ha potuto sentirle perché semplicemente non ha voluto. Tutto qui. O forse non ha compreso perché aveva altri progetti a cui pensare.

“Ogni persona che incontri sta combattendo una battaglia di cui non sai niente”, scrisse Ian McLaren in Beside the Bonnie Brier Bush. Ed è proprio quella battaglia che non conosciamo che può essere causa di alcuni nostri atteggiamenti che indirettamente ci portano a scegliere.

Io per me ho scelto di essere felice ma la felicità l’ho sempre cercata nella “ultima insegna accesa”, nelle notti ubriache di cui ricordo solo il cerchio alla testa e il sollievo al cuore. Ho cercato la felicità come una puttana cerca l’amore, ho cercato la luna guardando in basso e sperando che ci fosse in quel pozzo. “Ma il pozzo è profondo, più profondo del fondo degli occhi della notte del pianto”, ed esattamente come afferma Andrea di Faber “mi basta che sia più profondo di me”.

“Il resto al mondo” è una frase volutamente scelta da uno dei migliori brani di Elisa Toffoli, Se piovesse il tuo nome. Il suo ultimo album “Diari aperti”, a mio parere, è un invito ad andare a sentire dal vivo una voce poliedrica e intensa come quella della cantante friulana. Una di quelle voci da ascoltare almeno una volta nella vita. Una voce in grado di raccontare l’amore e la complicità come poche altre. Una voce dall’interpretazione più vicina a quello che può essere definito ermetismo in letteratura. Quando Elisa canta le sue parole prendono forma, diventano simboli e prendono vita. Quasi come i film che ogni tanto ci facciamo. Per la prima volta ho sentito la necessità di andare a quel concerto con una persona che ho conosciuto per caso e che è entrata nella mia vita infilandosi come un ritardatario alla fermata della metropolitana. Ha infilato il primo piede e ha spinto con le braccia per fare ostruzione contro la porta scorrevole. E ci siamo ritrovate così, un po’ per caso, a raccontarci la vita. Due anime complici che si raccontano la propria battaglia per la felicità. Un’anima leggera, ma non per questo superficiale, e l’altra pesante. Due anime amanti delle parole come due protagonisti di un romanzo di Grossman – come potrebbe dire lui – due che restano il tempo che la cenere cada dalla sigaretta. E poi il fumo. E la cenere.

Guerra dei sensi

Sensoriale incontro,

dall’olfatto all’udito,

e poi al tatto.

Un abbraccio da dietro

quasi come fossimo due vecchie conoscenze:

la mia nuca e il suo mento,

null’altro che quella sera.

E quella mattina.

Dal tatto al gusto,

dolce sapore di labbra morbide e decise

E poi (s)vista:

ci guardammo

e continuammo

la nostra guerra dei sensi.

Il nuovo Milan ringhia più forte

Un nuovo Milan.

Senza dubbio lo è. E ne abbiamo avuto prova nel doppio impegno settimanale che ha visto la squadra di Gennaro Gattuso sfidare i greci dell’Olympiakos a San Siro prima e il Chievo poi.

In una settimana tutto può succedere, ma nel calcio tutto può succedere anche in 9 minuti. Quanto è accaduto in Milan-Olympiakos ne è l’esempio. Il Milan ha perso 1-0 dal 14esimo al 69esimo minuto.

Ma dai 2 cambi immediati a inizio ripresa qualcosa si è scosso.

Quel genio di ringhio ha azzardato un cambio modulo facendo subentrare Cutrone (seconda punta) e lasciando in attacco Higuain. Risultato? Dopo 10 minuti di partita Cutrone ha trovato il pareggio, dopo 6 minuti dal pareggio Gonzalo Higuain ha portato i rossoneri in vantaggio, dopo 3 minuti Cutrone ha siglato una doppietta che ha consacrato l’inizio ripresa del Milan. 3-1 risultato finale e via ai festeggiamenti.

In serie A, contro il Chievo, il Milan ha mostrato il feeling che si è instaurato tra Higuain e il resto della squadra. Intendiamoci, Il Pipita non è arrivato al Milan per fare il miracolo, ma per giocare in squadra ed essere cercato da chi di mestiere (sia esso Suso, Bonaventura, Chalanoglu, ecc.). L’intesa tra Suso e Higuain appare perfetta: doppietta dell’argentino in meno di 10 minuti, e, dopo un paio di errori sotto porta, finalmente al 56esimo arriva il goal di Jack Bonaventura che sigla il 3-0.

3-0 che dura poco, fin quando al 63esimo Kessie azzarda un impreciso e forsennato passaggio all’indietro favorendo la riconquista del pallone da parte di Sergio Pellissier il quale insacca all’angolino basso alla sinistra di Gigio Donnarumma che, distratto, non è riuscito ad arrivarci.

Un Gigio “distratto”, perchè, sin dall’inizio campionato appare un pò impreparato sia nei retropassaggi che i difensori gli servono, sia nel velocizzare l’azione rilanciando in presenza del pressing avversario.

Gigio rischia sempre, è lento al rilancio e dovrebbe migliorare i lanci lunghi che, anche se molto rari, sono quasi sempre imprecisi.

Ad ogni modo il Milan porta a casa una sacrosanta vittoria, con ottime prestazioni da parte di giocatori come Biglia (probabilmente la migliore in maglia rossonera) e Higuain, e con una leggera preoccupazione: Suso prima della fine della partita prende una piccola distorsione alla caviglia destra ed è costretto ad uscire, lasciando il posto a Castillejo.

Per il resto un Milan nuovo seppur subendo goal da 13 partite consecutive in campionato. Il Milan quest’anno si è svegliato prima e, ahimè, speriamo sia all’erta anche per i prossimi incontri immediati, il 21 ottobre sarà il turno dell’Inter. I nerazzurri hanno avuto un inizio un pò incerto, situazione quasi simile ai cugini meneghini, ma Icardi si è sbloccato prima del dovuto e spesso vi è la buona prestazione di Nainggolan che ha subito iniziato a familiarizzare con il goal con questa sua nuova maglia.

Sarà una bella sfida, probabilmente, considerando le difese, ricca di goal, anche se non sarà facile segnare ad un Handanovic che va avanti a colpi di reni per parare l’imparabile. Para persino i palloni destinati ad andare sopra la traversa.

Chissà.

Intanto la situazione in classifica non cambia da anni: bianconeri primi con marcatori che spaziano da Mandzukic a Ronaldo, da Bentancur a Bernardeschi, da Bonucci a Khedira, da Pjanic a Dybala e così via…. scudetto prevedibile, ma i posti per la Champions decisamente no. E chissà che quest’anno non sia proprio l’annata del ritorno in Champions dei rossoneri. Sarà molto dura, ma sarà una bella sfida se consideriamo alcune delle altre pretendenti come Roma, Napoli, Inter.

Staremo a vedere!

 

Intersecàti – Pensieri, parole, opere e omissioni –

Taglienti

Come lame, le nostre parole

Esagero

Esageri

In un ring

Senza guanti

Non esitiamo a tacere

Non ci diamo per vinti

Ma il premio poi qual è

Se alla fine questo è un gioco

Che ha le regole del fuoco

Ed arde con il vento

E non accenna a spegnersi.

Taccio

Taci

Se le parole fossero baci

Frenetici o lenti

Innocui e delinquenti

Saremmo due corpi fusi in uno

Nella stesso brivido di piacere

Nella stessa goccia di sudore

A perderci le ore

Per un briciolo di Venere

Per quel che resta della cenere

Per le tue mani prorompenti

Per ciò che stringo tra i denti.

Piuttosto che distruggerci

Invochiamo il perdono

Per questo nuovo scontro

E assopiti

Fondiamoci

Nell’intersezione dei nostri io.

L’anima non conta -piccole bozze crescono-

In una società che punta tutto sull’ appearanceil cui scopo è quello di far sembrare ciò che davvero NON È-, pronta a scartare il fondo rimanendo sempre perennemente in quello strato di superficie in cui tutto viene o meno definito dall’oggi al domani (e ribaltato in men che meno)… un brano che rappresenta appieno questa mia introduzione è proprio “L’anima non conta” degli The Zen Circus.

Brano incluso nell’album punk rock “la terza guerra mondiale” del 2016, “l’anima non conta” è uno di quei tanti pezzi nel repertorio della musica italiana che una volta ascoltato con più attenzione ti porta a non essere più quello di prima. Leggi il testo, lo canti, ne osservi le parole e all’improvviso quel brivido che fa di te un attivo pensatore. Inizi quindi a dar peso a quelle parole “Ma adesso anche il parroco ha un tatuaggio con su scritto ‘l’anima mia è di Dio’/Maledetto il giorno in cui mi sono fidato di questo Paese lurido, sperduto, imbarazzato, freddo, grigio, solitario, disastrato..”

Manca il mare. Una brutta poesia.

Il cielo è grigio
Il cielo è blu
Manca il mare
E non ne posso più.
Detesto le rime in poesia
Stanotte ho sognato che eri mia.
Mia come un maglione, una giacca, una sciarpa
Non so suonare uno strumento
Ma se vuoi imparo l’arpa.
Oppure impariamo il violino
Così tu prepari la cena
E io porto il vino.
Bianco rosso o rosè
Mi sfugge l’amore
E mi chiedo cos’è.
C’era una volta una bambina solitaria
C’era una volta una donna adulta
Passa la vita e il cuore non esulta
Ci prova il calice a colmare la mancanza
Mi sento in trappola in questa stanza
Chiusa e piccola
Grigia e gialla
Sei tutto ciò che vorrei non tornasse a galla.
Manca il mare
Manca il porto
Di emozioni sono a corto
E se poi a mancare fosse anche l’amore
Ti chiamerei per ore ed ore.
Una chiacchierata
Forse due
O tre
Prova a vedere nel mio cuore cosa c’è.
Non ho mai scritto una poesia
Cosi brutta e scontata
Accendo una sigaretta
E ai pensieri concedo una ventata
Nord
Sud
Ovest
Est
Pèrdono la bussola
E ritornano da me.
Passa Lucio
Anna e Marco
Ti sposerò
Forse in un parco
Se chiudi gli occhi un momento
Puoi sentire ciò che io sento
L’America è lontana
Novaglie è un brusio
Ridi, canti e parli
E forse speri
Che non sia io.

Perchè mi viene più facile se non ti conosco.

“Siamo fatti di sale, di sole, di sabbia e di mare.”

Ascolto i Thegiornalisti da 2 anni, ma sto iniziando a conoscere da poco Tommaso Paradiso. Amo il suo rendersi attuale nella mia generazione, nonostante abbia già 30 anni suonati e io un po’ meno.

In numerose interviste ha dichiarato di soffrire un po’ per un amore andato male. Tommaso? Ma come? Ha la fila dietro, è uno che di certo dovrebbe avere un’attraente e interessante mente accanto. Una donna che sarebbe sexy seduta a un tavolo a bere caffè, tè o vino, una che ti fa provare un orgasmo solo aprendo la sua mente. Ovvio, la mente già deve averla molto aperta, ma poi una ti ci deve fare entrare.. e se ci è entrato anche lui, beh…che sia Tommy o che sia il primo non-famoso-non-cantante non importa. Quello che mi lega a lui è proprio questo, lui scrive canzoni che riportano a un excursus della musica che ha ascoltato: da Dalla a Vasco per esempio..e questo l’ho notato subito durante il suo concerto a Milano all’alcatraz. Conoscevo solo 3 nuove hit dell’album Completamente Sold out e qualcuna in più degli album precedenti. Mi sono ritrovata ad ascoltare per la prima volta delle canzoni che mi hanno riportato in mente appunto quegli artisti che hanno fatto la storia della musica italiana. È stato fighissimo. Ero un po’ alticcia, in linea con gli altri, chi più chi meno. Niente, mi drogo dei Thegiornalisti da mesi e mesi ormai, il mio spotify va sul sicuro quando me li passa on air. Ed è strano, anche Levante mi ha emozionato molto all’inizio, anche Brunori, anche Dente. Tra questi preferisco sempre piu Dente e Brunori, soprattutto dopo essere andata solo al concerto di Levante. Il fatto è che mi identifico in Tommy, ma ancor di più credo che lui non si faccia molte pippe mentali a parlare di sé (mentre io che adesso volevo parlare di me mi ritrovo a un’introduzione forse fuori luogo). E per questo lo stimo tantissimo. Tempo fa su instagram aveva scritto che quella notte aveva mandato un messaggio a una donna alla quale non doveva più scrivere. Mi ha praticamente dato un cinque! Quante volte sarà accaduto? E quanto ancora me ne vergogno? E quanto vorrei poter rimediare? Ma per queste cose non c’è altro rimedio che scomparire. Montare in sella e andare, “disperato me ne vado in giro per la città”…magari “correndo a 2000 come un coglione[..]con gli occhi lucidi e la sigaretta”.
Tommy che cazzo abbiamo fatto di male?
Sono in un trip micidiale di lucidità e mi accorgo che la realtà è terribilmente così com’è. Ma no, dai! Non può essere, non ci credo! E invece devo crederci, ed è dura soprattutto se vivi in un mondo tutto tuo in cui se ti viene in mente di far finta che sia la prima volta ti impegni e lo fai. Ma il rancore e la memoria spesso (passami il termine e perdona il francesismo) ti inculano. Senza pietà. Passa un lasso di tempo davvero lungo e resta il rancore, o forse la memoria ti tradisce e decide solo cosa farti tornare in mente.
La memoria mente.
E ho mentito anche io, per allontanare ciò che mi faceva male.
Si sta da cani a volere ciò che ti disintegra, allora giochi la stessa carta.
Disintegri quello che ti fa male. Eppure dichiaravo amore, ma quell’amore disperato e non quello di Nada (disperatamente erotico e sensuale), ma quello di Dalla e Mina. Quello lì. Quello sì che è davvero disperato. Ti mette in croce. Ti ammazza e ti pretende, qualcosa di deleterio. Anche se non ci fossero le parole, la sola base musicale porterebbe alla mente un amore disperato. “Che è fermo come un sasso. Un cuore che è vigliacco e non sa volere bene. Prende le vite con un braccio coperte da catene. Inizia la partita, il diavolo vi sfida”.
E comunque questo mio status attuale è ormai definibile con “Non odiarmi” perchè la merda è volata davvero alta e io il cappello me lo sono tolto e ho avuto la mia parte di disgusto verso me stessa.
E sono punto e a capo. I miei gusti non cambiano, e sono bipolari. Esattamente così. E oggi è anche il World Bipolar Day (giorno di nascita di Vincent Van Gogh). Ironia, portami via.
I miei gusti sono limpidi. Mi piace quello per cui i miei occhi resterebbero svegli la notte, quello per cui nemmeno un attimo andrei via lontano. E io vado sempre via da sola, in cerca di me. Non di te, a me non importa un cazzo di te. E poi, te, chi? Cioè la bellezza non ha nome, oggi è MariaPaola, tra un attimo Andrea, domani Rebecca. Ho imparato a non tacere di fronte alla bellezza delle persone. “Pochezza”, sia chiaro. Risorse scarse per rimanere in linea con i miei studi. Risorse scarse. E mi riferisco a tutto tranne che alla bellezza fisica.

Insomma, faccio una fatica immane, più cresco e più mi si blocca la circolazione sanguigna alla lingua, i pensieri arrivano lì e balbetto. Poi meno trascorso ho e più parlo, dunque sono veramente genuina con chi conosco poco. “Sei davvero una bella persona/è un piacere averti conosciuta/ho fatto un chiacchierata con una persona meravigliosa come te, grazie” e blablabla.
E allora come cazzo è possibile che io spero spero e spero. E di sicuro morirò disperata, me lo sento ormai. Ma cazzo, la vita è una e io ho deciso di sperare di incontrare (di nuovo) per la prima volta una persona. Perdio! Come cazzo è possibile? È matematicamente impossibile. E nella realtà ci sono delle variabili caratteriali (di merda) che mettono da parte il buon senso di cominciare da capo. Cioè non esiste. Ma allora so già tutto della vita? La mia esistenza diventerà noiosa.
Oggi è all’estremo della malinconia, quella che mi porto addosso e pesa, pesa, pesa che mi fermerò a lasciare lo zaino per terra in un angolo di strada anche domani. O forse poserò lo zaino sulla bici mentre guido e alleggerisco il peso.
Mi sono rotta il cazzo di questo peso. Vorrei che se ne andasse per sempre. “La mia malinconia è tutta colpa tua”.

La lucidità mi stende.
Ma io sto bene, da Dio.
È solo che vorrei incontrarti.
Vorrei dirti che sei una bomba
Che mi fai girare e rigirare
per guardare come cammini
Come ti muovi
Eppure non ti vedo da secoli.
Come può essere?

RICAPITOLIAMO

È solo che vorrei incontrarti.
Quel giorno
Camminerai tra gli alberi
e io mi girerò
per non vederti svanire
e per capire davvero quanta bellezza c’è in te.
E per proporti un caffè.
Io, te, noi,
Per la prima volta
“Seduti in quel caffè”
A raccontarci che c’è forse un feeling
Che non c’è.
A parlare e ridere della vita
Che non c’è.
A tirare le somme di un conto impagabile
Di un prezzo indefinibile
Di un passato
Che non c’è
Perchè noi siamo ora
E il tempo si è fermato
In un istante
Che non c’è
E mi si ferma il battito
Per un amore di donna
Che non c’è
E sto facendo un sogno

Io,te, noi
In
Un
Libro
Che non c’è.

MA TU CHI SEI?

Ti piace scrivere?
Leggere?
Cantare?
Suoni qualche strumento?
Vai al cinema?
E a teatro?
Preferisci la tv accesa o spenta?
Ti piace la natura?
E, dimmi, il mare? Ti piace il mare?
Hai paura dell’amore?
Sei mai stata felice?
Ti andrebbe di fare due passi?
Sei sempre stata così bella?
Cos’è che ti ha portato ad esserlo?
Hai traumi?
Hai una famiglia?
E un amore segreto?
(Oh,certo! Non dirmelo se lo è.)
Ti piace far tardi la sera?
Ti svegli presto di solito?
Ti addormenti con la musica?
Ti piacciono le poesie?
Le tue preferite?
Hai mai scritto sul muro?
Hai una persona cara? Tuo padre, tua madre, tua nonna?
(Mi è piaciuto questo pomeriggio
Sono stata bene
E blablabla)
Quando ti rincontrerò?
Aspetta,
Voglio citare Renato.
E…
Grazie di questo incontro.

A TE, CHIUNQUE TU SIA, CON AFFETTO (PERCHÈ MI VIENE PIÙ FACILE SE NON TI CONOSCO).

Ferzan Ozpetek e quel passato che ti presenta il conto. Rosso Istanbul.

“Rosso Istanbul” è un film del 2017 tratto dall’omonimo libro di Ferzan Ozpetek.

È un film che spalanca gli occhi sul percorso di una persona e su ciò che ha “lasciato in sospeso” perché ha fatto delle scelte. Dunque ciò che lo accoglie conseguentemente a delle scelte. Il passato rimuginato, quello che sta lì a entrare sempre in gioco quando ci si spinge senza sosta in avanti, perche è la vita e la vita va proprio cosi. Il passato che a volte ritorna, quando pensavi di averlo rimosso. Quella specie di tentazione.

Il film narra il ritorno del protagonista nel suo luogo di nascita. Il rosso fa da sfondo, dallo smalto della madre di Denis all’abito di Neval durante la cena a trois, dal giubbotto in pelle di Yousuf alla bandiera che viene inquadrata sullo sfondo mentre il protagonista Orhan e Neval sono seduti su una panchina.

Rosso Istanbul fa venir voglia di prenotare un biglietto e andare a vedere tutti quei colori, tutti quei tramonti e tutta quella vita che scorre al di qua del Bosforo. È un film che narra il sospeso, dunque non lascia che accada ai nostri occhi, evita così di cadere in luoghi comuni, omettendo. Tocca allo spettatore collegare il tutto e, devo dire che non è poi così complicato per questo film, ma è privo di ovvietà. Fulcro di notevoli citazioni è il passato (e l’appartenenza). 

“Se guardi sempre al passato finirai per non vedere il presente” afferma Denis.

Ma per Orhan tornare a Istanbul  (anche solo per lavoro) lo spinge inevitabilmente a ripercorrere i suoi ricordi che pensava di aver rimosso. È inevitabile, si. È inevitabile scontrarsi con ciò che un tempo faceva parte di noi. Soprattutto Orhan è convinto di essere solo nuovamente di passaggio. Il finale è meravigliosamente aperto, mantenendo in tal modo la cifra stilistica del film: il “chissà se…”. Il titolo lo si ritrova persino mell’ultima scena in cui Orhan si tuffa nel Bosforo e l’inquadratura si colora di rosso. Quel rosso che muove tutto, il rosso della passione, della rivolta, del sangue, delle occasioni mancate e di quell’amore non amore. O meglio, l’amore nella sua più totale integrità, senza riduzioni alla fisicità dei corpi. Amore inteso come naturalezza che nasce e scocca come una scintilla, che resta quasi conservato e preservato dalla mano dell’uomo. Non quell’amore di baci e carezze e letti disfatti e clandestinità, tutt’altro. Un amore narrato e mai fatto scadere, un amore trattato con i guanti bianchi, mai a mani nude, seppur clandestino ma “puro”. L’amore fisico, quello carnale, in questo caso appare extradiegetico, lo spettatore non lo vede, ma può percepirlo. Ferzan però ci riserva il diritto di farci pervenire tutte le informazioni necessarie per arrivare a delle nostre conclusioni e l’intento è ben riuscito.

Sebbene il film riporti alcune delle cifre stilistiche tipiche del regista italo turco, come ad esempio le scene con numerosi commensali tipiche da famiglie allargate quali quelle presenti in “Mine vaganti” o “Le fate ignoranti”, o la citazione “la separazione è per chi ama con gli occhi. Chi ama col cuore non si separa mai” che ricorda tanto la nonnina Mina Vagante (“gli amori impossibili non finiscono mai, sono quelli che durano per sempre”), o ancora la colonna sonora piuttosto leggera e a tratti sulla falsa riga sdrammatizzante, pare sia del tutto originale. Più che altro si tratta di un film che evita di cadere nella scontatezza, mantenendo alta la concentrazione dello spettatore – nonostante la linea narrante sia piuttosto opaca ma ricca di risvolti – e lasciando spiragli aperti da riempire con l’immaginazione.

E bravo Ferzan! Voto:7.

You gotta be bigger than you are.

“To be a star” è un brano interpretato da Milva. Ma stanotte non parlerò di musica. Mi sento più nelle vesti di Claudio Brosio che parla in radio, da speaker, in “Manuale d’amore 2”. E sebbene a tutto ci sia un nesso……..

Qualche giorno fa ho scoperto “to be a star”, o meglio l’avevo già sentita ma non ci ho mai fatto caso sul serio…. è dannatamente pazzesco trovare un brano che parli di un tuo periodo preciso. O forse no! Lo è quando conosci bene gran parte del repertorio italiano musicale e ogni canzone ha già influito sulle tue storie precedenti o sul tuo stile di vita. Non lo è quando pensi che tutte le canzoni siano scritte per te!

 Arriva un punto nella tua vita in cui ti fermi e pensi davvero che:”you gotta be bigger than you are”. E fai una scelta. Volti pagina. E ricominci.

Sempre e per sempre. Sanremo 2017

“Sempre e per sempre” è un brano di De Gregori incluso nell’album “Amore di pomeriggio” del 2001.

Nella terza puntata di Sanremo, dedicata alle cover, il brano è stato magistralmente interpretato dallo stile elegante e sottile di Fiorella Mannoia.

Se dovessi definire con una frase il brano di cui parlo, prenderei una frase bella e fatta di Venditti. Perché, come descrivere in poche parole “sempre e per sempre?” … è un po’ come dire:”certi amori non finiscono, fanno dei giri immensi e poi ritornano..”, ma in modo decisamente più poetico.

La Mannoia ha saputo “sbriciolare” in senso buono il testo, lo ha raccontato, descritto, ne ha fatto una vera e propria opera pittorica. Un’opera immensa.

Come dire, abbiamo tutti un grande amore, sia esso passato o presente. Il brano di De Gregori è un inno a quell’amore la cui fine è indecifrabile, incomprensibile, piena di dubbi che prova lui stesso a sciogliere “il vero amore può nascondersi, confondersi, ma non può perdersi mai..”. Dunque l’autore si incoraggia da solo, “pioggia e sole abbaiano e mordono, ma lasciano il tempo che trovano” come per dire che comunque nonostante la realtà, nonostante il flusso continuo dei cambiamenti quotidiani, si tratta di noi. Forse siamo stati noi, ma appunto perciò potremmo esserlo per sempre. Nonostante tutto. Forse lo siamo ancora. Ma certo! Noi eravamo e siamo perché quello che c’è stato “può nascondersi, confondersi, ma non può perdersi mai”. Io sarò sempre un po’ quello che sono stato con te e dunque “tu non credere se qualcuno ti dirà che non sono più lo stesso ormai”.

Forse è passato del tempo, forse tanto, magari abbiamo vissuto altre storie, abbiamo conosciuto volti nuovi, abbiamo fatto l’amore con estranei, abbiamo atteso nuove albe e visto nuovi tramonti, “ho visto gente andare, perdersi e tornare e perdersi ancora… [..] E con le stesse scarpe camminare per diverse strade, o con diverse scarpe su una strada sola”.

Ma tutto ciò che mi preme è sottolineare il “nonostante tutto” velato nel brano. “Pioggia e sole cambiano la faccia alle persone, fanno il diavolo a quattro nel cuore e passano e tornano e non la smettono mai”.

In una qualsiasi giornata

Immersa tra la routine

Mi ritroverò

Tra una qualche piega del tuo sorriso

Tra un pensiero e un altro

Frugati per caso

Tra una boccata d’aria e una di fumo

Tra quello che vivi

e quello che non vivi più.

Forse non ti mancherò

Ma per un istante

In quel sorriso

Ci saremo noi

Nuovi

Cambiati

Diversi

Adulti

Non importa.

Forse tutto questo non accadrà

O forse non accadrà a te.

Ma certo che accadrà!

Accadrà a uno dei due

E mi viene da supporre che sarai proprio tu

Perché non a te? Mi chiederai

Perché già lo sai che

“Sempre e per sempre dalla stessa parte mi troverai”.